Milano, Calciodoc su Ladysilvia; "Una gara brutta e trionfale fa del Milan la squadra campione non solo di una stagione ma dei primi 50 anni di Coppa", commenta Mario Sconcerti; per Roberto Beccantini hanno vinto i più forti in assoluto (ma non mercoledì); Franco Ordine richiama il successo mondiale; stampa inglese contro Inzaghi, decisivo con i suoi due gol.
Da Corriere della Sera ---> Una partita brutta e trionfale fa del Milan la squadra campione non solo di una stagione ma dei primi cinquant’anni di Coppa. E resta un piccolo spot del calcio che a deciderla sia un vecchio ragazzo di 34 anni, ossuto e mai in gioco, però quasi immanente come Pippo Inzaghi. Benitez ha fatto del Liverpool una stanca muraglia ordinata e preziosa, così preoccupata di avere un uomo in più a giocare la palla da dimenticare che nel calcio vince soltanto chi segna un gol più dell’avversario. Il Liverpool disegnato ad Atene era intelligente per un pareggio ma insensato per cercare di vincere. Era l’ammissione pubblica del suo allenatore di giocare contro una squadra più forte. Benitez non ha messo soltanto Gerrard a fare l’uomo in più dovunque, ma ha lasciato fuori anche gli unici due attaccanti a disposizione, cioè Crouch e Bellamy. Ha giocato Kuyt, nessun gol in dodici partite di Champions, ma con il pregio di coprire qualunque spazio, cioè di essere un altro uomo in più. Questo è stato il Liverpool, una somma di uomini in più dove il pallone si gioca ma non si butta dentro. Così ha finito per tenere sempre palla e per non essere mai pericoloso. Benitez sapeva che questa era l’unica strada che aveva. Ha sacrificato gli attaccanti cercando di avere superiorità in mezzo al campo. Voleva il pallone, forse sperava in un’azione a gioco fermo, forse contava di nuovo sui rigori. Di sicuro ha fatto lui la partita sempre e senza nessuna speranza. Il Milan ha fatto ancora meno ma ha segnato due gol. Molto strano il primo, quello decisivo, rimbalzato sulla spalla di Inzaghi come fosse la catarsi di una carriera senile interrotta. Ma il Milan ha sempre mantenuto intatte le proprie potenzialità offensive. Pazienza se Kaká era fuori partita, se Seedorf ha passato la notte inseguendo Pennant. Ma il Milan era se stesso, aveva chi teneva il pallone e chi doveva cercare la porta. Il Liverpool no, il Liverpool aveva semplicemente scelto di non mettere il gol fra i propri optional. Non avrebbe mai potuto vincere. Anche quando per oltre settanta minuti ha tenuto il pallone, era chiaro che stava andando verso la sconfitta. Il Milan ha diritto adesso alla sua leggenda. È la settima vittoria in Champions, forse la più sofferta, forse per questo anche la più bella. Non ha giocato bene, ma lo ha fatto con grande intelligenza così come l’avversario chiedeva. È stata una vera partita a scacchi, una finale del resto non è mai tecnica, è quasi solo agonismo, spettacolo di pubblico e ansia. Ha vinto Ancelotti, solare e tiepido, un calcio più semplice di quello cerebrale di Benitez, ma un calcio rispettoso dei principi fondamentali. Per vincere una partita bisogna avere in squadra almeno uno-due giocatori capaci di deciderla. Ancelotti quei giocatori li aveva e li ha tenuti anche quando sembrava fossero un regalo alla manovra del Liverpool. E alla fine ha vinto. È una dimostrazione di buon senso, di superiorità italiana (Mondiale e titolo europeo per club), ma soprattutto un grande risultato per un Milan che è arrivato con i denti fino in fondo e con i denti soltanto ha vinto la sua settima finale. Fossi Berlusconi e Galliani considererei questa Coppa la straordinaria chiusura di un ciclo, non mi avventurerei in raddoppi. Ma capisco che questo sia già futuro...
Mario Sconcerti
Da La Stampa ---> Guardatelo, Paolo Maldini, capitano come papà Cesare a Wembley, la prima volta, 44 anni fa. In quegli occhi e in quelle mani brilla una coppa che incarna una rivincita e conferma che ci sono viaggi che non finiscono mai, perché se ti fanno scendere a undici metri dal traguardo ci sarà sempre qualcuno o qualcosa - magari una spalla, magari una mossa - che ti farà risalire in carrozza. Ancelotti era indeciso: Inzaghi o Gilardino. Ha scelto Inzaghi. Due gol. Bingo. La «bella» di Atene onora il Milan senza sfregiare il Liverpool, premia i più forti (in assoluto, non ieri) e non mortifica gli sconfitti, come sempre dovrebbe essere fra duellanti delle stessa pasta, leali e tenaci. È la settima Champions del Milan, il sedicesimo trofeo internazionale: raggiunto il Boca Juniors, staccati Real Madrid e Independiente. Il Milan aveva giocato meglio in Turchia, il Liverpool ha giocato meglio in Grecia. Se a Istanbul fu atroce perdere in quel modo, dopo aver dominato, ad Atene è stato generoso vincere così. Detto ciò, anche la sofferenza è un valore; e la fortuna, non certo un’onta. Per Berlusconi e Galliani è la quinta coppa, per Ancelotti allenatore la seconda in tre finali. Da Calciopoli a San Dulli, dalla Stella Rossa al Liverpool: è tornata l’orchestra che seduce il destino, capace com’è di nascondere i propri limiti e trasformare la grazia in un grazie. Partita a scacchi, senza sorprese nelle formazioni. Negli atteggiamenti invece sì, visto come il Liverpool tiene il campo, e come il Milan sta sulle sue. Altra musica, rispetto a Istanbul. Là , il lampo di Maldini e poi la grandinata. Qui, un annusarsi continuo a tacchetti spianati. Ancelotti alterna il 4-4-2 al 4-3-2-1, ma ricava poco da Kakà e Seedorf, attorno ai quali ringhiano Mascherano e Xabi Alonso. I Reds si sporgono soprattutto a destra, là dove Jankulovski patisce le piroette di Pennant: suo il tiro più insidioso, al 10’, rintuzzato da Dida, non meno protagonista di Inzaghi. Gerrard dietro a Kuyt è una buona idea e basta: servirebbero lame più affilate, girandole più tambureggianti. Il Milan si aggrappa al righello di Pirlo. In una sfida piatta come questa, sono gli episodi a scavare la differenza. Pennant e Xabi Alonso ci vanno vicino. Avrebbero avuto bisogno di una spanna in meno o di una spalla in più. La spalla sinistra di Inzaghi, per esempio. Provvidenziale, al 45’ spaccato, a «rubare» una punizione di Pirlo dai guanti di Reina. Il fallo l’aveva commesso Xabi Alonso su Kakà . Il minuto è di quelli che non passano inosservati; e neppure il messaggio che gli dèi, d’improvviso, hanno inviato sulla terra. Naturale che, alla ripresa delle operazioni, tocchi alla squadra di Benitez farsi carico del trasloco da un’area all’altra. Non prima, però, che un pazzo scatenato, bandiera greca al collo, abbia divorato tutta l’erba fino al rituale, e non meno brutale, placcaggio. Il Liverpool che attacca non vale il Liverpool che non fa attaccare. Oddo, Maldini, Nesta e Jankulovski presidiano i varchi. Gattuso schiuma di furore, Ambrosini e Xabi si scambiano di tutto, tranne margherite. Mai fidarsi delle apparenze: la trama, noiosa, riporta agli sbadigli di Milan-Benfica a Vienna, seconda coppa di Sacchi. E Dida? L’avevamo lasciato in balìa della corrente, a mollo e a rischio. Per una volta che Gerrard si beve Nesta, eccolo allungarsi e smorzarne la rasoiata. Grande. Benitez richiama Zenden, un fantasma, e sguinzaglia Kewell. Kakà , lui, si procura punizioni golose. Gerrard ci prova da tutti i pizzi. Il Milan lavora di cuore e di testa, Laocoonte avvinghiato ai serpenti. Gioca all’italiana, fregandosene delle rime baciate. Nesta stringe i denti. Vai a capire perché Benitez tardi così tanto a schierare Crouch. Difesa e contropiede. Come ai vecchi tempi, che poi così vecchi, e così barbari, non sono. Il ricamo di Kakà appartiene al talento puro; il guizzo di Inzaghi, al repertorio del borseggiatore. Ciao Reina. Viceversa, prima di dire ciao Liverpool meglio attendere il fischio di Fandel. Perchè sì, Kuyt sbuca da una mischia e, di testa, scavalca Dida. Non sempre, però, i miracoli si ripetono. A maggior ragione, se c’è di mezzo il Diavolo. Platini abbraccia Maldini. You’ll never walk alone. Nemmeno il Milan cammninerà mai solo. Soprattutto ad Atene: due finali, due coppe.
Roberto Beccantini
Da Il Giornale ---> Milan settebellezze. Sette come le coppe dei Campioni che da questa mattina possono luccicare nella sua bacheca, unica al mondo per trofei collezionati. Ecco il club campionissimo d’Italia: nessuno può vantare la sua storia, la sua bravura, la sua maturità . Non è il Milan più bello, il più spettacolare: difficile fare meglio della notte col Manchester. Capita in una finale, sentita e patita, che già di suo rappresenta una conquista dopo un anno di tormenti e di guai. A due anni di distanza dalla cocente delusione di Istanbul, il risarcimento è completo e ricco. Ripaga quasi di tutto, delle critiche feroci e dei processi. Pippo Inzaghi, vecchio furfante dell’area di rigore, amico per la pelle dei gol che valgono oro, mette la firma sul trofeo che scaccia gli incubi e iscrive il Milan all’albo delle leggende calcistiche. Il primo sigillo, a fine del primo tempo, è dettato dal caso, una carambola fortunosa sulla punizione velenosa di Pirlo, il secondo da una geniale trovata di Kakà e da un dribbling chirurgico. E ora il Milan e tutti i suoi protagonisti, in fila indiana, possono salire verso l’Acropoli e godersi un trionfo che diventerà mito. Questa non è una squadra che vince, banalmente, dal turno preliminare, la Champions league più complicata della sua carriera. No, questa è una vera, grande famiglia composta da uomini veri prima che da fuoriclasse. La guida da cinque anni un uomo mite ma saggio, come Carlo Ancelotti. Il merito arriva fino alla società e al suo grande ispiratore, Silvio Berlusconi giunto fino ad Atene per sostenere e incoraggiare i suoi eroi. Notato il siparietto con Inzaghi poco prima dell’avvio. Un Milan così ci riconcilia con il calcio. E se nella festa del popolo rossonero intonano il motivetto di Berlino è perché questo successo richiama alla memoria quello di Berlino. Questo Milan è diventato mondiale. Il Liverpool, in campo, è come la resina che cade giù dagli alberi: si appiccica al Milan per impedirgli di muoversi. La scelta di Benitez è quella attesa, dietro la punta sostenuta da Gerrard, con due ali larghe, tutto il grumo di centrocampo e difesa fuso in un solo blocco. Smentite le storielle di Kakà lasciato al suo destino: gli costruiscono una gabbia di almeno tre maglie rosse che gli saltano addosso. Nel Milan funziona poco e male il copione preparato da Ancelotti: Seedorf è fuori dal coro, Ambrosini inutilizzato nel ruolo di frangiflutti, Jankulovski e Oddo i punti deboli dello schieramento. Dalla parte del primo si verificano i primi pericoli: un paio di interventi decisivi di Nesta, Maldini e Dida impediscono a Pennant e Zenden di fare danni. Dalla parte del secondo attaccano volentieri i reds anche se Oddo se la cava leggermente meglio rispetto al suo sodale. L’episodio decisivo matura sul finire della prima frazione. Uno dei migliori numeri di Kakà , nello stretto, viene stroncato al limite dell’area da Alonso: la punizione, calciata col giro da Pirlo, trova lungo la traiettoria la sagoma di Inzaghi per la deviazione decisiva e vincente, col braccio attaccato al busto. Quasi senza saperlo il Milan si ritrova davanti all’intervallo. Nella ripresa, il Liverpool non si lancia avanti a testa bassa, non è nel suo stile, cerca di avanzare in gruppo mentre il Milan prova a occupare meglio gli spazi e a preparare il contropiede giusto per Kakà . Un errore di Gattuso lancia Gerrard che sfugge a Nesta grazie a un rimpallo: il suo destro ravvicinato non strega Dida che lo blocca a terra sicuro. Il capitano dei reds diventa l’attaccante più temuto dei rossoneri. E’ tempo di cambi, ormai. Benitez inserisce Kewell e poi il torrione Crouch, si decide finalmente a giocare con due punte arretrando Gerrard. La risposta di Ancelotti è Kaladze per rinforzare la trincea difensiva e acquisire un altro saltatore in area. Appena gli inglesi riprendono fiato, il contropiede del Milan colpisce al cuore i rivali. Il merito è quasi tutto di Kakà che cesella una palla per Inzaghi con cui SuperPippo può aggirare Reina e depositare nell’angolo la seconda palletta della serata magica. L’ultima frustata del Liverpool arriva a rimorchio di un calcio d’angolo nel quale saltano in due: il capoccione vincente è di Kuyt. Gli ultimi quattro minuti, col risultato riaperto, è per gente dal cuore forte. Quello del Milan resiste fino al fischio finale e al delirio rossonero. Il Milan può portare a casa la sua settima coppa dei Campioni. Semplicemente straordinario.
Franco Ordine
La Gazzetta dello Sport ---> E Vai!!!!!!! Settima Champions: ora è la squadra che ha vinto di più al mondo. Inzaghi mattatore con una doppietta: rivincita (2-1) sul Liverpool.
Tuttosport ---> Gran Milan. Super Pippo regala ai rossoneri la settimana Coppa dei Campioni. Con una doppietta di Inzaghi la squadra di Ancelotti vendica la notte di Instanbul battendo il Liverpool 2-1. Il Milan balza così al primo posto tra le squadre più titolate del mondo con 16 trofei come il Boca Juniors.
Il Corriere dello Sport/Stadio ---> Campionissimi! Inzaghi dà al Milan la settima Champions. Una doppietta di Superpippo decide la finale di Atene. Inutile il gol allo scadere segnato da Kuyt: riscattata la sconfitta subita nel 2005. Il Milan adesso è la società con più trofei nel mondo. Ancelotti: "Godiamoci questo trionfo". Ora è più facile prendere Sheva e Ronaldinho.
Stampa inglese ---> "Rapina a mano armata", questo è il titolo scelto dal tabloid Sun, che evidenzia, con l’aiuto di un fotogramma la deviazione con il gomito di Inzaghi, in occasione del primo gol rossonero. Una rete, ritenuta irregolare, dunque, come ribadito dal Mirror: "Rapinati dalla mano di Zag (abbreviazione di Inzaghi, ndr)". Al di là delle polemiche sul primo gol rossonero, comunque i Broadshit ricordano come il Milan, assistito dalla buona sorte, a due anni di distanza abbia vendicato la beffa di Istanbul. "La fortuna abbandona il Liverpool mentre il Milan si prende la rivincita", il titolo del Times. "Il Liverpool ha coraggio ma non sfonda, così Inzaghi propizia la rivincita del Milan", apre il Guardian. Sugli scudi il centravanti rossonero, autore dei due gol di Atene: "Inzaghi cancella i sogni di Atene", il titolo del Daily Express. Il Daily Telegraph opta per una serie di foto di Gerrard, capitano dei "Reds", sotto un titolo chiaro: "La tragedia greca del Liverpool. Il cammino verso la coppa europea finisce con una brutta notte. Filippo Inzaghi ha provocato un grande dolore agli inglesi". The Guardian è esplicito: "Il Liverpool ha avuto coraggio ma Inzaghi ha firmato la vendetta del Milan. Una vendetta che il Milan sognava sin dal famoso ’fiasco’ del 2005 ad Istanbul".
Calciodoc: a cura di Fabio Traversa
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